Stratigrafie della memoria | Alessandra Gervasio e Giulia Scomazzon

Domenica 24 maggio 2026 | 17.30 | Giardino di Casa Capra

Un dialogo tra l’artista e la scrittrice

C’è un gesto comune nel lavoro di Alessandra Gervasio e Giulia Scomazzon: il gesto di tornare. Tornare a un’immagine, a una stanza, a un nome taciuto. Tornare non per risolvere, ma per stare dentro l’irrisolvibile con occhi più fermi.

Entrambe lavorano al bordo di un’assenza — una madre, un corpo, un segreto tenuto in vita più a lungo della verità — e da quell’assenza costruiscono qualcosa che non è nostalgia né documento, ma qualcosa di più urgente: una forma di giustizia narrativa. Restituire alla memoria la sua piena complessità significa accettare che il ricordo non è mai neutro: è sempre mediato dall’imbarazzo, dalla protezione, dalla paura di chi è rimasto.

Scomazzon porta nel memoir il peso dello stigma, quella coltre di silenzio con cui gli anni Novanta seppellirono migliaia di storie insieme ai corpi vittime di AIDS. Scrivere di Roberta significa rompere quel patto del silenzio, nominare ciò che non fu nominato, restituire a una donna — operaia, madre, persona — la sua intera umanità, sottraendola alla vergogna con cui altri l’avevano coperta.

Gervasio prende invece un’immagine burocratica, fredda, nata per certificare metri quadri e non emozioni, e la trasforma attraverso la ripetizione in un luogo denso di stratificazioni. La stessa fotografia quaranta volte: non per ossessione, ma perché la memoria funziona così: ritorna sullo stesso punto, e ogni volta ci trova qualcosa di diverso, qualcosa che prima non riusciva a vedere.

Ingresso libero

Giulia Scomazzon – Vicenza, 1987

Ha un dottorato in Letterature e Media e si occupa di narrazione contemporanea, immaginario culturale e rapporti tra letteratura, cronaca e rappresentazione del reale. Nel 2021 ha pubblicato il saggio sul true crime Crimine, colpa e testimonianza (Mimesis), dedicato alle forme del racconto criminale e alla costruzione mediatica della colpa.

Nel 2023 ha esordito nella narrativa con La paura ferisce come un coltello arrugginito (nottetempo), un memoir intenso e lucido in cui ricostruisce la figura della madre Roberta, morta di AIDS quando l’autrice era bambina, affrontando temi come stigma sociale, memoria familiare e trauma. Il libro ha ottenuto un ampio consenso di critica ed è stato insignito del Premio Bagutta Opera Prima.

Attualmente insegna e affianca all’attività di scrittura quella di ricerca e partecipazione a festival, incontri pubblici e presentazioni letterarie. Nel 2025 ha pubblicato sempre per nottetempo 8.6 gradi di separazione, romanzo ambientato nella provincia veneta che affronta con ironia e durezza temi come dipendenze, relazioni disfunzionali e disagio generazionale.

La sua scrittura si distingue per precisione linguistica, profondità psicologica e capacità di intrecciare esperienza individuale e dimensione collettiva, dando voce alle fragilità e alle contraddizioni del presente.

Alessandra Gervasio – Taranto, 2003

è una visual designer con una pratica ibrida e di ricerca che interseca graphic design, fotografia, editoria e processi partecipativi. Studia Graphic Design e Comunicazione Visiva all’ISIA di Urbino e sta attualmente sviluppando la sua tesi presso l’ISDAT di Tolosa. Il suo lavoro indaga come le emozioni individuali si intreccino alle strutture collettive, con un focus su tematiche quali vergogna, desiderio, lavoro e pratiche di cura.

Nel 2023 progetta Di tutte le volte, il suo primo libro fotografico. Nel 2024 vince l’Isola Madre Award e presenta il progetto Scala 1:1 all’Artlab Eyeland Festival, ora in corso di pubblicazione con The Light Observer.